| Bertrando | David Ferri Durà |
| Isabella | Marina Bucciarelli |
| Ormondo | Marco Filippo Romano |
| Batone | Filippo Fontana |
| Tarabotto | Omar Montanari |
| direttore | Stefano Montanari |
| regia | Bepi Morassi |
| scene, costumi e luci | Scuola di scenografia Accademia di Belle Arti di Venezia: Fabio Carpente scene - Federica De Bona costumi - Andrea Sanson luci |
| Orchestra del Teatro La Fenice | |
| maestro al fortepiano | Stefano Gibellato |
Volendo ricorrere ad un ossimoro si potrebbe definire L’inganno felice, seconda delle cinque commissioni del teatro di San Moisè a Giochino Rossini, una “farsa semiseria”, percorsa da una vena di malinconia. La vicenda, l’ambientazione, i caratteri sono assai lontani dal modello canonico della farsa propriamente intesa; il libretto stesso del Foppa è concepito sugli stilemi del teatro serio assai più che di quello comico. I personaggi “buffi”, ovvero Batone e più ancora il saggio e generoso Tarabotto appaiono come voci della coscienza, richiami all’onestà ed all’agire secondo rettitudine. Gli “amorosi” Isabella e Bertrando, sposi separati da una calunnia, si distinguono per nobiltà d’accenti e rigore morale, mentre il vilain Ormondo non sfigurerebbe in un’opera seria, tanto appare determinato nella sua lucida perfidia.
Bepi Morassi,coadiuvato dagli allievi della Scuola di scenografia Accademia di Belle Arti di Venezia, realizza uno spettacolo nel complesso non spiacevole nella sua essenzialità. L’azione, grazie alle scene di Fabio Carpente, viene spostata dall’immaginario distretto minerario previsto nel libretto al fronte del Piave durante la Prima guerra mondiale. L’atmosfera rievoca quella dei film del neorealismo, primo tra tutti “La grande guerra”, ma anche, soprattutto nelle luci livide di Andrea Sanson, “Orizzonti di gloria”. Isabella, sotto le mentite spoglie di Nisa, somiglia ad una delle mondine di “Riso amaro”, mentre gli uomini sono tutti in divisa, con Bertrando che assomiglia molto al principe di Piemonte e Ormondo assai simile ad un gerarca.
Le invenzioni registiche restano a nostro vedere un po’ a livello d’intenzioni; il filo drammaturgico avrebbe necessitato una tessitura più elaborata, soprattutto nel delineare i rapporti tra i protagonisti. Piacevoli i costumi di Federica De Bona.
Stefano Montanari, alla testa di un’orchestra attenta e partecipe, coglie appieno la vena malinconica della partitura e la rende con grande intelligenza. I tempi sono drammaticamente serrati, le dinamiche si susseguono stringenti, e tuttavia la leggerezza della scrittura rossiniana non viene mai meno. Fantasioso e rigoroso allo stesso tempo l’accompagnamento dei recitativi, realizzato al fortepiano da Stefano Gibellato.
Luci e qualche ombra per quanto attiene alla giovanissima compagnia di canto.
Convince del tutto, per bellezza di voce e proprietà d’espressione, il Tarabotto paterno e determinato di Omar Montanari, del quale va sottolineata anche l’eleganza del fraseggio.
Filippo Fontana, forte di uno strumento solido, dà voce e corpo ad un Batone di buon spessore scenico e di grande incisività negli accenti.
Bene anche l’Ormondo di Marco Filippo Romano, il quale riesce a conferire al personaggio la giusta carica di malvagità senza tuttavia cedere al macchiettiamo.
Qualche piccola riserva sull’Isabella di Marina Bucciarelli, espressiva nel fraseggiare e corretta nell’intonazione, ma a tratti un po’ fissa nell’ottava acuta.
Decisamente un po’ larghi per David Ferri Durà i panni di Bertrando. Il giovane tenore spagnolo appare a tratti non del tutto a suo agio in un ruolo vocalmente per nulla agevole. La linea di canto è pulita, ma la consistenza della voce non è sempre sufficiente ad affrontare con la dovuta sicurezza i passaggi d’agilità.
Il pubblico, numeroso nonostante la serata proibitiva dal punto di vista meteorologico, ha mostrato di gradire, tributando un successo pieno per tutti.
Alessandro Cammarano