|
G. Puccini |
|
|
Gianni Schicchi |
|
|
- |
|
| Tito Gobbi | Gianni Schicchi |
| Victoria De Los Angeles | Lauretta |
| Anna Maria Canali | Zita ("la Vecchia") |
| Carlo del Monte | Rinuccio |
| Adelio Zagonara | Gherardo |
| Lidia Marimpietri | Nella |
| Claudio Cornoldi | Gherardino |
| Saturno Meletti | Betto di Signa |
| Paolo Montarsolo | Simone |
| Fernando Valentini | Marco |
| Giuliana Raymondi | La Ciesca |
| Alfredo Mariotti | Maestro Spinelloccio |
| Alfredo Mariotti | Amantio di Nicolao |
| Virgilio Stoco | Pinellino |
| Paolo Caroli | Guccio |
|
- |
|
|
Orchestra Dell'opera di Roma |
|
| Gabriele Santini | Direttore |
|
- |
|
|
1 Cd |
|
|
Regis |
|
|
Rrc 1318 |
|
La Regis sta ristampando a basso prezzo incisioni storiche, su alcune delle quali varrà la pena di soffermarsi. Questa edizione di Gianni Schicchi, registrata nel luglio 1958 con i complessi dell'Opera di Roma, è giustamente una delle più celebri e diffuse della deliziosa opera pucciniana.
Cercando di riascoltarla con le orecchie di oggi, facciamo alcune considerazioni: è inevitabile partire dalla concertazione di Gabriele Santini, un direttore stimatissimo nella sua epoca e che ebbe l'onore e l'onere di accompagnare tutti i più grandi cantanti del suo tempo. Il musicista perugino dimostra in questa registrazione quanto sia essenziale, nel dirigere opere del repertorio italiano, ottenere dai solisti una grande naturalezza nel porgere e un'ancor maggiore cura nell'accostarsi alla parola scenica che in opere come questa è sempre in primissimo piano: oltretutto, in questo caso, al fine di rendere sempre perfettamente intellegibile il testo del sottile libretto di Forzano. Il direttore concerta avendo una concezione generale dell'opera niente affatto esagitata o "eccessiva" per quanto riguarda la dinamica, e si potrebbe definire quasi una concezione classicista. Inoltre quest'esecuzione mi sembra abbastanza esemplificativa di un'epoca d'oro quando i direttori si preoccupavano di "concertare" e non semplicemente di far andare a tempo i cantanti con l'orchestra (qui è la buona Orchestra dell'Opera di Roma). La fretta, che scade poi nella frettolosità, caratterizzante tante direzioni più moderne temporalmente di questa di Santini, non appartiene al direttore umbro, il quale ricerca semmai, se deve sottolineare qualcosa, il colore di un flauto o di un ottavino, o in certi momenti un'esplosione orchestrale dai colori accesi. Ciò non toglie, però, che in qualche punto sarebbe stata preferibile un nerbo direttoriale maggiore, come in tutta la prima scena che scorre davvero moscia e faticosa. Routine di lusso? Forse, anche se riascoltata oggi la definizione migliore mi sembra quella di buona routine e basta.
Inoltre si noterà da questo CD che le voci tendono sempre ad essere in primo piano rispetto all'orchestra: scelta direttoriale o dei tecnici, visto che siamo in studio? Forse entrambe le cose, anche se in genere dischi registrati in epoche successive privilegiano meno le voci e più l'orchestra. Se si vuole, prendiamola pure come nota "storica", esempio di un periodo in cui l'importanza del direttore era oggettivamente minore di quello che lo è oggi. Il personaggio di Gianni Schicchi era nelle corde di Tito Gobbi, che l'ha più volte eseguito ed inciso nel corso dei decenni. Il baritono veneto viene ad inserirsi in una grande tradizione tipicamente italiana iniziata col primo interprete dell'opera, Giuseppe De Luca, e proseguita poi con validissimi cantanti molto legati nella loro carriera a tale personaggio, e fra i quali dobbiamo annoverare a buon diritto anche Taddei, Bruscantini e Panerai. La cosa che forse più sorprende in Tito Gobbi è che il baritono "canta" davvero molto, e ciò al di là delle inevitabili libertà interpretative, a volte sul filo del rasoio dell'arbitrio, ma del tutto idonee a rendere appieno i caratteri di un personaggio come questo. Gobbi usa molto bene la voce nei vari registri, su e giù per il pentagramma, con una buona gamma coloristica, e tutto sommato non esagera quasi mai nella caratterizzazione, nel declamato, nelle (inevitabili) vocine e cachinni. Il personaggio viene fuori saldo vocalmente (il baritono al tempo dell'incisione aveva quarantacinque anni), scaltro e trionfante, sulfureo, ma anche amorevole e paterno verso Lauretta, ma soprattutto mariuolo, sottile e graffiante nei confronti dei Donati.
Sulla carta Victoria de los Angeles sembrerebbe persino uno spreco per la particina di Lauretta; la cantante spagnola canta indubbiamente tutte le note, ma le manca quella espansività di certe frasi tipicamente pucciniane ("...e se l'amassi indarno...") che tolga le pagine di Lauretta dalle secche del compitino scolastico. Una Lauretta quasi frigida: eppure la de los Angeles era in grado di cantare in modo più tornito, e una maggior espressività avrebbe sicuramente giovato alla sua prestazione, anche se la voce è sempre luminosa e il modo di porgere corretto.
Ed eccoci alle note più dolenti, quelle che riguardano i vari altri personaggi dell'opera. La palma dei peggiori va certamente ad Anna Maria Canali e a Carlo Del Monte, rispettivamente Zita e Rinuccio. La prima ha comunque un gran senso della parola e del teatro, che però non bastano per far dimenticare le perfidie vocali ed interpretative da teatro di provincia. Il tenore catalano invece, in possesso di una voce in natura neppure disprezzabile, crede di poter risolvere la parte confidando solo nella sua emissione di forza. Gli sfugge del tutto il personaggio di Rinuccio, che (a prescindere dalla tessitura e soprattutto dal peso vocale richiesto, che non è certo quello di Del Monte) ha alcune delle pagine più belle di tutta l'opera: è un giovane e trepido innamorato che cerca di costringere i parenti a permettergli di sposare la sua ragazza, ma né la gioventù né l'innamoramento vengono fuori dalla vocalità forzata e legnosa del tenore. Per il resto dei comprimari, siamo quasi nel deserto: si va da Alfredo Mariotti e Lidia Marimpietri, i più ascoltabili, a Paolo Montarsolo, per quale l'intonazione sembra un inutile fastidio, al gran "mestiere" (detto in parte anche in senso positivo, trattandosi di artisti che hanno interpretato gli stessi personaggi tante volte in teatro) di quasi tutti gli altri, uniti purtroppo in un generico biasimo dal punto di vista strettamente vocale.
Un'edizione di Gianni Schicchi nel complesso abbastanza alterna nei risultati, non di particolare fascino o modernità, un po' datata forse, a parte il protagonista che è ancora a tutt'oggi perfettamente godibile. Presentazione del CD molto spartana con breve saggio introduttivo e riassunto, ma solo in inglese, e addirittura senza libretto. Cosa forse giustificata dal fatto che si tratta di una serie a basso prezzo, ma che ci sembra ugualmente negativa e da rimarcare.
Fabio Bardelli