Giselle non è il capostipite del balletto romantico, onore che spetta a “La Sylphide”, ma è senza dubbio il lavoro che, con la sua partizione tra dramma borghese e vicenda fantastica, getta le basi profonde della danza europea e costituisce il prodromo dei grandi capolavori quali Il lago dei cigni ed, in certa parte, Don Quichotte, nei quali la commistione tra la realtà e la “visione” troveranno perfetto connubio. La vicenda di Giselle, contadinella ingannata dal suo nobile, e già ad altra legato, amante, la quale muore di un attacco cardiaco causatole dalla scoperta della verità e che riappare sottoforma di Villi, trova le sue origini nella mitologia germanica, rivisitata da Heinrich Heine, ed affascina un fine letterato francese come Théophile Gautier, il quale vede questa eterea figura femminile perfetta per il talento tersicoreo della giovane Carlotta Grisi, erede artistica di Maria Taglioni e cugina di Giulia Grisi, la prima Adalgisa. Il successo di Giselle è immediato e trionfale, e, unico tra i grandi titoli del teatro danzato, vedrà il sostanziale mantenimento della coreografia originale di Coralli e soprattutto quella dei passi a due del grande Perrot.
Non fa, per fortuna, eccezione la coreografia curata, o meglio, ripresa, da Maria Grazia Garofoli per l’allestimento che chiude la stagione invernale dell’Arena di Verona al quale, nel preludio aggiunge un Albrecht un po’ vampiresco che evoca dalla nebbia di un cimitero il piccolo villaggio di Giselle. La Garofoli è assolutamente rispettosa della grande tradizione, che viene solo a tratti rinfrescata ed alleggerita dalle incrostazioni, poche per altro, della tradizione tardoromantica. Anastasia Matvienko è una Giselle ideale per struttura fisica, leggerezza eterea nel movimento, intensa adesione al carattere del personaggio. La tecnica è solidissima, le posizioni ed i passi pressoché perfetti.
Molto ben calato nel ruolo il brevilineo José Manuel Carreño, che danza un Albrecht nervoso ed appassionato; rimarchevoli i passaggi di forza e l’elevazione. Positiva pure la prova del veterano Giovanni Patti, convincente Hilarion, seppur non esente da qualche pesantezza.
Buona la Myrta, regina delle perfide Villi, di Soimita Lupu, nonostante una certa rigidità nei movimenti delle braccia.
Complessivamente lodevoli le prestazioni dei Solisti e del nutritissimo Corpo di Ballo dell’Arena di Verona.
Dolenti note vengono, purtroppo, dal tristissimo allestimento, decrepito e polveroso, proveniente dal Teatro Nazionale Croato di Zagabria, ed improponibile anche in un cinema-teatro parrocchiale, e dall’orchestra la quale, nonostante gli ottimi intenti di Marcello Rota, che fa davvero l’impossibile per conferire alla musica un coerente percorso narrativo, si applica con pervicacia a suonar male, quando non malissimo.
Al termine successo pieno, con ovazioni per la coppia protagonista.
Alessandro Cammarano