Un poderoso programma, verrebbe da dire d'altri tempi, è stato presentato a Prato da Paul Badura-Skoda. L'ultraottuagenario pianista viennese è un autentico pezzo di musica del Novecento: ha studiato con Edwin Fischer, ha dato concerti con Karajan e Furtwaengler, suona nelle sale da concerto di tutto il mondo dall'inizio degli anni Cinquanta ed ha l'aria sbarazzina di un ragazzo che nonostante tutto si diverte ancora a suonare.
Purtroppo gli anni passano per tutti ed anche per i pianisti, e questa è la considerazione che inzialmente si deve fare. Anche se in realtà si è trattato di un concerto in crescendo, quasi a due facce: nella prima metà della serata le cose sono andate dal punto di vista tecnico piuttosto male, con momenti di crisi che si susseguivano nell'imbarazzo generale. Invece in Chopin ed ancora di più in Schubert i problemi tecnici erano in parte risolti, e ciò ha permesso di assaporare (o quanto meno di assaporare a sprazzi) le idee e la sensibilità del pianista.
Badura-Skoda adotta in genere tempi piuttosto comodi, nell'evidente tentativo di limitare i danni, anche se ciò non è bastato soprattutto nei brani dei primi tre autori in programma. Johann Christian Bach è stato imbarazzante, Haydn più o meno sulla stessa linea, Beethoven è risultato snervato, senza mordente e senza anima. Ed è un peccato, perchè alcuni squarci della celeberrima e bellissima Waldstein, in particolare la prima parte del secondo movimento, lasciavano presagire un Beethoven immerso nel più totale classicismo ma profondamente meditato e coinvolgente. I due previsti brani di Chopin sono stati eseguiti abbastanza bene, soprattutto il Notturno in programma, mentre gli Improvvisi di Schubert sono risultati, a parte alcuni occasionali cedimenti, pieni di poesia e nel complesso piuttosto ben eseguiti.
Non ci si deve certo aspettare riletture o stravolgimenti interpretativi da un pianista nato negli anni Venti come Badura-Skoda: si può solo assaporare le idee di un musicista ancorato alla più solida tradizione, immune, verrebbe da dire, dalle idee di strumentisti assai più giovani di lui. Un pianismo se si vuole datato, accademico, e lo possiamo dire tranquillamente ora che tanta acqua è passata sotto i ponti dell'intepretazione musicale negli ultimi trenta-quaranta anni. Usa una gamma coloristica piuttosto limitata, prevalentemente nel piano e mezzoforte, edulcora quello che altri pianisti esacerbano: nella tradizione, se si vuole, è il suo pregio ed il suo limite.
Tre fuori-programma per rispondere al calore del pubbico del Politeama semivuoto hanno concluso la serata.
Fabio Bardelli