Il concerto inaugurale della Camerata Strumentale "Città di Prato" ben si inserisce nel programma generale della stagione, che vede da ottobre ad aprile la presenza di artisti, pianisti e direttori di richiamo. Non si può non lodare incondizionatamente la Camerata e coloro che ne fanno parte, visto che quest'anno è anche l'undicesimo dalla sua fondazione: assieme agli auguri in colpevole ritardo per un decennale ormai alle spalle, il riconoscimento da parte di tutti che ormai l'orchestra è da considerare e non da ora una delle più belle realtà cittadine.
Il pezzo forte e la maggior curiosità della serata inaugurale (concerto diretto dal direttore musicale della Camerata Strumentale, Alessandro Pinzauti e con la partecipazione del noto violinista russo Boris Belkin) è stato, inutile negarlo, il Concerto per violino di Ciajkovskij: brano amatissimo dai concertisti e conosciuto anche dal pubblico meno attento alle cose della musica, se non proprio inflazionato quanto meno propinato in molte salse e in molte occasioni, non esclusa, soprattutto per i meno giovani, una nota pubblicità televisiva.
Pagina eseguita per la prima volta nel 1881, è sempre stata considerata dai violinisti un must nel loro repertorio; prevede arditissimi virtuosismi da sbrogliare nel primo e nell'ultimo tempo, mentre si piega ad una fervida limpida cantabilità tipicamente ciajkovskijana nel movimento di mezzo. Che, a dispetto della sua popolarità, sia un capolavoro non me la sentirei di affermarlo: ciò non toglie che una bella esecuzione di questo brano "riempie" la serata e permette a tutti di andare a casa appagati e contenti.
Belkin è stato, come molti violinisti, un ragazzo prodigio: ha debuttato a sette anni diretto da Kiril Kondrashin, ha suonato con tutti i più grandi direttori e le migliori orchestre, ha inciso molti dischi, ha collaborato con altri suoi illustri colleghi suonando anche musica da camera.
Nel repertorio della sua terra mette in mostra il meglio di sè, la sua tecnica e i suoi tempi un po' da scavezzacollo, mentre risulta un po' algido nei cantabili (forse anche per colpa dello strumento usato), vedi la Canzonetta che costituisce il secondo tempo del concerto e che non ha avuto nè il trasporto nè il colore necessari per pagine come questa.
Non si può dire che tutto sia stato perfetto, ma in cotanta foga qualche sbavatura si può perdonare, tanto più che l'impianto generale del concerto era fondamentalmente ben sostenuto sulle spalle di Belkin non meno che su quelle del direttore Alessandro Pinzauti, qui puntuale accompagnatore pure se con qualche pesantezza di troppo.
Il concerto ciajkovskijano era stata preceduto dall'ouverture della cherubiniana Medée, pagina grandiosa e drammatica resa dal direttore in maniera forse troppo metronomica e pesante.
La Sinfonia n. 3 "Scozzese" di Felix Mendelssohn è il racconto affascinante di un viaggio dell'autore in Scozia, una visione naturalistica e bucolica, pittoresca e meditativa insieme, con un perfetto rispecchiarsi della natura nell'animo del musicista. Grandi sono la raffinatezza di scrittura di questo brano e la sua maestria compositiva, grandi le suggestioni quasi pittoriche che emana questo testo e che sono state messe in sottordine da questa esecuzione.
Pinzauti è un direttore molto efficiente (anche se purtoppo non aiutato dal gesto) ed ha trovato bei colori nell'Adagio, mentre il resto della sinfonia sembrava avere come carattere fondamentale una certa uniformità e genericità di fondo. Impressioni confermate dalla ouverture da Le nozze di Figaro eseguita come fuori programma, condotta fra l'altro con un ritmo abbastanza forsennato.
Fabio Bardelli