Pochi giorni separano la prima esecuzione della Sinfonia spagnola per violino e orchestra di Lalo e la Carmen di Bizet, entrambe del 1875: due visioni assai diverse della Spagna e nessuna delle due veritiera.
Se Bizet, da un lato, appare intimamente convinto del realismo della sua opera, dalla quale trarrà due suites orchestrali, Lalo, che compone la sua anomala sinfonia per violino fresco dei ricordi di un soggiorno in terra iberica e sotto l’influenza di Pablo de Sarasate, reinventa una Spagna ironicamente salottiera e comunque più autentica.
Se le suites dalla Carmen non ci convincono, soprattutto la melensa Seconda, per la loro intrinseca disorganicità, che le fa sembrare una semplice sequenza di highlights dell’opera, nelle quali le parti cantate vengono affidate ai fiati con risultati non sempre efficaci, la Sinfonia di Lalo, se si eccettua il soporifero Prélude vagamente arabeggiante, è interessante e divertente.
Lalo, che evidentemente conosceva i gusti del pubblico francese, orientati all’epoca verso una passione per un ispanismo nostalgicamente sopravvissuta anche dopo la caduta del Secondo Impero, avvenuta solo cinque anni prima, ed introdotta oltralpe dalla spagnolissima imperatrice Eugenia de Montillo, risulta più arguto, in questo caso particolare, di Bizet, rielaborando in maniera divertita varie melodie popolari, e rendendole degne del virtuosismo di Sarasate.
Salvatore Accardo convince assai più come solista che non come direttore.
Il violinista napoletano brilla nella Sinfonia spagnola di Lalo soprattutto nelle parti più squisitamente virtuosistiche, come lo Scherzando (Allegro molto) ed il Rondò (Allegro) finali nei quali il controllo dell’arcata, sempre vibratamente dinamica, e della diteggiatura sono spesso addirittura esaltanti. Meno brillante si dimostra Accardo nei movimenti caratterizzati da tempi lenti, nei quali le note lunghe non sempre trovano la necessaria limpidezza nella tenuta.
Che le suites della Carmen non ci piacciono particolarmente lo abbiamo detto sopra, se poi vengono eseguite privilegiando sempre e comunque il loro aspetto più smaccatamente fracassone, unito alla ricerca dell’effetto facile, allora ci convincono ancor meno.
Accardo sceglie tempi sostenuti e soluzioni agogiche più bandistiche che non orchestrali. Il pubblico, comunque ha mostrato di gradire parecchio, premiando l’esecuzione dei due brani bizetiani con prolungate ovazioni.
Un plauso convinto va tributato alla prestazione assai positiva dell’Orchestra di Padova e del Veneto, che, soprattutto nelle sezioni dei legni e degli ottoni, si va sempre più confermando come una realtà solida ed interessante, brillante nel suono, precisa e coesa.
Alessandro Cammarano