L’allestimento a cura di Paola Reggiani inserisce l’opera monteverdiana in una cornice giapponese post bellica. Utilizzata per sottolineare l’ambiguità di fondo rilevante sia per i tratti psicologici dei protagonisti che per lo svolgersi della vicenda: costumi tipici della tradizione lasciano spazio ad altri di foggia occidentale, oggetti di utilizzo quotidiano sono poi rilevati da altri tipici della cultura anni Sessanta americaneggiante.
Si vuole così rileggere il periodo neroniano in un’ottica di più immediata comprensione: attrazione (o residuo) di antico unito al prorompere della novità. Il tutto si riversa anche nell’agire degli esseri umani: non più interessati a mantenere vivi costumi ritenuti desueti od ormai trascurabili. La proposta risulterebbe interessante se inserita in uno spazio adeguato, quale non pare essere il Teatro Dal Verme: troppo ampio sia per la logica gestione della scena, sia per l’esecuzione musicale in se stessa. Esecuzione che trova un convinto fautore in Claudio Cavina: convinto nell’affidare, con dovizioso studio filologico, a parti reali lo strumentale. Purtroppo l’acustica perfettibile del teatro porta a disperdere qualsiasi accenno di differenziazione timbrica, accenno solo possibile data l’esiguità del complesso, così che il tutto appaare come amalgamato esclusivamente agli onnipresenti cembali. I cantanti in scena si muovono a proprio agio, seguendo precise indicazioni che portano a legare musica parole e gesto in un attento calibro di idee e rimandi. La parte vocale appare però trascurata soprattutto nella dizione, difficilmente comprensibile, e spesso nei momenti richiedenti maggior freschezza tecnica. Il buon successo della serata, voluta col patrocinio dell’Associazione Solidarietà Aids nella serata conclusiva del World Aids Day, è stato così sancito da un pubblico attento quanto di scarso afflusso, vuoi per gli avversi eventi climatici di questi giorni, o per una complessiva disaffezione al repertorio secentesco per il quale, forse, occorrerebbe finalmente studiare, oltre allo scavo filologico a tavolino, anche una ricerca di sedi maggiormente adatte, nell’ottica di un miglior godimento globale.
Emanuele Amoroso