Vi è un momento di silenzio che si tramuta in suono senza che se ne avverta il cambiamento e dal suono si rimane avvinti e frastornati quasi, come al risveglio dal sonno si ripensa, con stupore, al lento scivolare nel riposo.
Daniel Barenboim ha la capacità di creare quel silenzio musicale da cui emergere, con pulsazione soggiogante, l’incipit del brano. E per tutto il concerto pare di assistere ad una continua e rinnovata improvvisazione, o, meglio ancora, meditazione variata. Non è solo saper cogliere una diversa inclinazione, un accento non ancora scavato, bensì il riuscire a ricreare come dal nulla quanto invece è stato oggetto di studio approfondito ed analitico. Scende, per cui, da tale impianto, la possibilità di non perdere nulla della struttura complessiva del pezzo, perfettamente in vista, ma abilmente dissimulata.
Il quarto appuntamento con l’integrale beethoveniana vede riunite quattro sonate ben distinte per carattere e richieste interpretative. La Sonata in re magg. op. 28, cui venne aggiunto il sottotitolo di Pastorale, ha nel carattere sereno e disteso la caratteristica principale, lontana com’è dalle contrapposizioni tematiche e timbriche della produzione precedente, mentre rimane avvertibile il senso appassionato di rapporto con la vita e di tensione tipico di Beethoven. Segue la Sonata in do magg. op. 2 n. 3, maggiormente virtuosistica, di un virtuosismo mai fine a se stesso, bensì inserito con decisione nella volontà di scoprire limiti e possibilità della forma sonata. Parrebbe quasi che l’intenzione del compositore fosse rivolta a scuotere uditorio e critica, proponendo un rapporto di maggior conflittualità tra temi e strutture. Interlocutoria la Sonata in fa diesis magg. op. 78, un ripensamento volto al formalismo settecentesco, sonata perfetta nella compiutezza rigorosa delle forme, momento di pausa riflessivo, un meditare su quanto si è percorso, sulle proprie basi per prepararsi al salto futuro. Salto che trova nella Sonata in mi magg. op. 109 quella astrazione che ha reso l’ultima produzione beethoveniana così estranea non solo all’epoca in cui è stata creata, ma al di fuori di qualsiasi classificazione. È il punto di arrivo, denso e profondo sia dell’analisi circa le possibilità del linguaggio musicale, sia nel mettere a nudo, consapevolmente, la propria riflessione umana e trascendente. La serata, pur punteggiata da tossite a scena aperta e rumorii vari, conclusisi poi in un appassionato quanto anticipato applauso sull’accordo finale dell’Opus 109, ha rivelato una volta di più il taglio interpretativo di Daniel Barenboim. Si può riflettere sul significato di una integrale, non solo per quanto riguarda la presente, ma in un discorso di ampio respiro, proprio alla luce delle tappe sin qui svolte. Vi è la necessità, innanzitutto, di proporre con luci e angolazioni variate, il corpus strumentale di un compositore che, per l’interprete, ha costituito asse portante della propria vita musicale. E la medesima necessità può interessare anche l’ascoltatore, posto di fronte alla complessità di un artista che ha segnato il procedere estetico e culturale della produzione tra Otto e Novecento. Infine è il ritornare su quanto già conosciuto con nuova maturità che permette di proporre percorsi e accostamenti tematici sottili e raffinati.
Dalle sue prime integrali ad oggi il percorso di Barenboim verte su una diversa sensibilità per la frase, per la dinamica, dove acquista maggior peso l’attimo espressivo, il nucleo iniziale, la spinta sotterranea al procedere della costruzione musicale. Il tutto mediato da un suono quasi orchestrale si direbbe, con ricerca di sonorità amplissime, dal più impalpabile pianissimo alle variegate intensità di forte e fortissimo.
La risposta del pubblico e l’attesa per le successive quattro serate rendono perciò ancor più accattivante la proposta sin qui accolta con entusiasmo.
Emanuele Amoroso