La cellula tematica, non tema compiuto, ma suggerimento, motore, in nuce, del discorso musicale complesso ha caratterizzato il concerto d’addio alle scene milanesi del Quartetto Alban Berg. Inserito, il passaggio lombardo, in una tournèe che toccherà numerose città europee ed extra europee, ha permesso ad un pubblico folto ed appassionato di rendere omaggio alla suprema maestria esecutiva della quale si spera sarà passato il testimone a nuovi e giovani gruppi cameristici. Il programma pare abbia voluto riassumere i vertici della cameristica tra Sette e Novecento, tutto costruito intorno alla necessità sperimentale nel perfetto equilibrio del quartetto per archi. L’assenza di un tema vero e proprio, ma la progressione del discorso musicale sorto da un nucleo, un sub-tema si direbbe quasi, lega il quartetto in sol maggiore di Haydn a quello in la minore di Beethoven e all’Opus 3 di Berg.
Culmine emotivo della serata è stato proprio quest’ultimo posizionato nella parte centrale del programma. Se in Haydn e Beethoven il contrasto tematico è aggirato e risolto da uno scorrere dialogico riflessivo e trasfigurato, in Berg la tensione non solo passionale, ma dei valori musicali raggiunge un parossismo delirante e allucinato. Un autobiografismo celato sottende alla composizione, non programmatica, bensì, con maggior probabilità, compenetrata alla complessa vicenda sentimentale che porterà al matrimonio di Alban con l’amata Helene. Elias Canetti narra del fugace incontro con la vedova Berg, sopravvissuta di oltre quarant’anni alla scomparsa del marito, la quale condusse un immaginario dialogo col coniuge per tutta la sua restante esistenza. Non si comprese appieno il motivo per il quale una mente di così profondo sentire dovesse condurre la propria esistenza in dipendenza così spasmodica dal congiunto scomparso. E lo sfondo di Vienna fece da contraltare al loro rapporto sentimentale, così come alla naturale affermazione della complessa scuola cresciuta attorno ad Arnold Schönberg. Si giunse ad affermare che la produzione artistica di Berg si alimentasse dal contrasto con la capitale austriaca. La violenza dei contrasti, l’impotenza a risolverli e il dialogare silenzioso trovano riscontro sia nella citazione tematica dal duetto di Tristan und Isolde, allusione alle tenebre come foriere di pace per gli amanti, sia nel secondo movimento in cui la costruzione classica della forma sonata, ancora presente nel primo movimento, lascia spazio al dialogare contrastato di nuclei tematici, quasi una dilatazione del celebre Presto finale dalla Sonata in si bemolle minore di Chopin.
Opera della tarda maturità di Haydn, il Quartetto in sol maggiore dimostra l’alta maestria compositiva e lascia intravedere quali futuri sviluppi avrebbe potuto raggiungere il cammino del già anziano maestro: testimone, peraltro, trasmesso e raccolto dall’arte cameristica beethoveniana. Non vi è tema o cantabilità ben definita, ma una costruzione che trae sostanza dall’unione di ritmo e procedere armonico. Il tutto senza l’impressione di tecnicismo o di astrazione fine a se stessa che potrebbe risultare da un lavoro giocato esclusivamente nei valori musicali.
Con Beethoven il Quartetto Berg tocca un vertice interpretativo che ha nella concentrazione di ascolto della sala al completo una corrispondenza difficilmente raggiungibile. Ed è ugualmente difficile poter descrivere il complesso di emozioni, stupore e fascino che l’ascolto non solo musicale ma anche extra musicale può donare nell’addentrarsi in un si alto monumento al sublime filosofico ed umano. Il trascolorare di tonalità in tonalità mediante minuscoli ponti modulanti, un gusto quasi fiammingo di riportare ogni valore al suo corretto posto caricandolo di ulteriore significato in un quadro più ampio nel quale far convergere scandagli di profondità umane e altezze sideree, possono ascrivere l’opus 132 a patrimonio dell’umanità e caricarlo sui moduli spaziali ambasciatori non si sa bene per quali mondi dei raggiunti traguardi terrestri.
Di fronte alla maestria interpretativa ascoltata sono inutili gli elogi, che parrebbero quasi riduttivi o il rilevare imprecisioni tecniche che possono occorrere anche agli esecutori più smaliziati. Vale la pena, invece, evidenziare come lo studio approfondito e il rapporto di perfetta cooperazione tra le parti permettono di raggiungere un livello tale per il quale non è più il gesto tecnico o l’analisi musicale ad occupare il tempo di prova, bensì il felice scavare nelle pieghe più nascoste del brano, ormai fatto proprio, e renderle, finalmente, non attraverso un calibrato gioco di proporzioni e pesi, ma con la libertà dell’ispirazione musicale al momento esecutivo di cui fu, Whilhelm Furtwängler, il più elevato rappresentante.
Al termine della serata, il pubblico non si distoglie dall’applaudire unanime e commosso il Quartetto Alban Berg che omaggia a sua volta come estremo saluto quanti ringraziano con un’altrettanto indimenticabile ed umana Cavatina dal beethoveniano Quartetto in Si bemolle maggiore op. 130.
Emanuele Amoroso