Il percorso culturale e umano che porta, in Mahler, alla necessità della composizione si può seguire via via sia nella stesura di ciascuna sinfonia, sia nella scelta dei testi da musicare. Anche in ambito sinfonico, talvolta, la necessità di espressione lo spinge a ricercare nella voce umana, nel canto sia solistico che corale, una forza persuasiva ancora più forte. Al termine dell’Andante moderato, pausa di meditazione pur scossa dai consueti dubbi e agghiaccianti tensioni cui Mahler innerva la propria scrittura, il materiale tematico del terzo movimento si forgia sul coevo lied Des Antonjus von Padua Fischpredigt. È il preludio al quarto e quinto movimento, nei quali la voce umana, dapprima solista e poi in fusione col coro, dialoga con i flussi orchestrali.
Si avverte una celata teatralità nella drammaturgia che sottende alla Sinfonia n°2 in do minore, non solo come crescendo emotivo e di tensione dal primo al quinto, finale e forse liberatorio movimento, ma anche all’interno dei singoli movimenti e nella disposizione degli strumenti sia in orchestra sia lontani dal palcoscenico. Si scontrano frasi e timbri ad evocare e descrivere sentimenti di ansietà, disperazione, tensione, ricerca di pace, libertà, serenità. Le rare oasi di quiete si sviluppano su tessuti armonici non tranquillizzanti. L’orchestra schiera una tavolozza che si raggruppa scambievolmente, conduce dialoghi tra sonorità lontane, tende a dividere e poi riunire la timbrica, in un gioco non solo di prospettive vertiginose, ma anche di orizzontalità interna delle parti. Ogni movimento risulta così incastonato nel discorso più ampio, ma anche quasi come pezzo a se stante, perfetto nella sua costruzione.
Colpisce all’ascolto l’utilizzo degli ottoni, in parallelo con il medesimo uso che ne fa Chaikovskij. Non sono solo dispensatori di annunci di redenzione celesti, ma anche portavoce dell’impietoso fato che si abbatte incurante sull’uomo, tramutandosi in marcia funebre, eco e monito ineludibile. Ci si può così chiedere, infine, se l’agognata redenzione, il liberarsi con ali d’amore verso l’altra vita non sian soltanto una speranza, una tensione, un desiderio cui Mahler sa di non poter accedere.
Il pubblico che ha riempito giovedì l’Auditorium di Milano, ha goduto di una esecuzione ottima sia per resa orchestrale che vocale. Ottime le prime parti, spesso costrette ad ostici passaggi scoperti e un plauso particolare agli ottoni che han saputo mantenere un perfetto impasto senza alcuno squilibrio con le altre sezioni.
La pulizia e la chiarezza orchestrale son state il filo conduttore dell’analitica ma vibrante esecuzione ad opera del danese Thomas Dausgaard, abile non solo a dividere e sovrapporre timbri, temi e tessuto armonico, ma anche a rifonderli in unità discorsiva tesa, elegante, mai sovraccarica di facili effetti e del tutto immersa nell’angosciato percorso mahleriano.
L’intervento di coro e solisti ha permesso di conoscere le voci nordiche di Inger Dam-Jensen e Martina Dike: voci educate alla cantabilità liederistica, con particolare attenzione per la cura del fraseggio e della parola e festosamente applaudite al termine della sinfonia. Così come il coro, impegnato sia in sezioni separate che nel tutti finale. Un coro sempre in crescita di prestazione in prestazione, ben amalgamato ed attento a tutte le sollecitazioni richieste dalla partitura.
La risposta del pubblico, vivo ed appassionato come spesso accade all’Auditorium, è stata più che entusiastica, con numerose chiamate per direttore, solisti, coro ed orchestra. In quel clima di festa che caratterizza spesso le prove dell’Orchestra Verdi, come è affettuosamente chiamata dai suoi sostenitori. Orchestra per la quale si spera sempre vengano risolti i problemi economici e contrattuali dai quali è vessata sin dal suo lontano esordio, ma che è riuscita e riesce tuttora ad offrire un cartellone vario e stimolante di proposte musicali cui ormai è difficile fare a meno.
Emanuele Amoroso