Quando si assiste al debutto di un giovane interprete piacerebbe poter salutare l’evento usando le stesse profetiche parole che Robert Schumann usò a proposito di Chopin. Senza scomodare tali termini di paragone, non si può però dire che il debutto fiorentino del giovane Pietari Inkinen abbia lasciato indifferente il pubblico o almeno chi vi scrive. Inkinen, classe 1980, si presenta sul podio dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino con alle spalle un curriculum ricco di prestigiose collaborazioni come violinista e come direttore, fresco di nomina a direttore musicale della New Zealand Symphony Orchestra.
In programma il Gesang der Parzen per coro e orchestra di Brahms, il secondo concerto per pianoforte e orchestra di Prokof’ev e la quinta sinfonia di Čajkovskij.
Solista nel concerto, il georgiano Alexander Toradze, ha colto un vero trionfo personale grazie alla quadratura musicale impressionante e ad alla tecnica agguerritissima con la quale ha affrontato una pagina che alterna momenti di furibondo panismo percussivo a distese oasi liriche trovando in Inkinen una sensibile e raffinato accompagnatore.
E’ il tema destino il fil rouge che unisce i brani di apertura e chiusura del concerto: il fato della tragicità classica greca del canto di Ifigenia e quello dell’bambino di vetro in lotta con sé stesso.
Inikinen offre del Canto delle Parche, composto da Brahms nel 1882 su un testo tratto dall’Ifigenia in Tauride di Goethe (e che meriterebbe di comparire nei programmi concertistici molto più spesso), una lettura violenta e angosciante, ricca di contrasti e chiaroscuri in cui ha modo di brillare ancora una volta il coro del Maggio Musicale preparato da Piero Monti. Una lettura il cui archetipo andrebbe ricercato nella storica esecuzione di Toscanini che fu uno dei primi a riproporre al pubblico questa pagina invero sublime.
Per la sinfonia di Čajkovskij il giovane Inkinen sceglie una lettura elegante e lineare, di una freschezza interpretativa davvero notevole, priva di manierismi e di sofisticazioni: un approccio che rende giustizia a questa affascinante partitura, fascino che è proprio di quelle creature ibride che rifuggono alle classificazioni, incastonata com’è fra i due tragici monumenti della quarta e sesta sinfonia senza riuscire a raggiungere né la perfezione formale della prima né la viscerale profondità della seconda. Una “sinfonia con tre valzer” fu definita in modo sprezzante da un critico all’indomani della prima moscovita nel 1888 a sottolineare come il compositore non avesse ormai più niente da dire, ma che ancora oggi nonostante i pareri spesso ostili della critica è amatissima dal pubblico, forse proprio per quella spontanea “onestà” di scrittura che il giovane direttore ha saputo rendere, complice anche un’orchestra del Maggio che mi è sembrato aderire con piena convinzione alla visione proposta da Inkinen, rispondendo con una prova davvero maiuscola per la quale non si può fare a meno di menzionare almeno il primo clarinetto Riccardo Crocilla e il primo corno Gianfranco Dini.
Edoardo Saccenti