Appuntamento con la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi per celebrare il Triduo pasquale al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Titolo un po’ scontato, forse, ma sempre di grande richiamo nei confronti del pubblico che infatti ha gremito il teatro per i due appuntamenti fiorentini il 20 e 21 Marzo scorsi. Sul podio lo statunitense James Conlon affiancato dalle voci del soprano Christine Brewer, al suo debutto a Firenze, del mezzosoprano Elena Zaremba, del tenore Aquiles Machado e del basso Kwangchul Yuon.
La genesi compositiva della Messa è ben nota: il Libera me Domine fu scritto nel 1869 per una progettata, e mai eseguita, Messa a più mani ideata per il primo anniversario della morte di Rossini; questo brano costituì quindi il nucleo musicale dal quale scaturì il resto della partitura. L’inizio della composizione, nel 1873, coincise con la morte del Manzoni alla cui celebrazione fu poi destinata, [una] cosa ad onorarne la memoria, secondo le parole di Verdi stesso.
Da allora, critici ed interpreti non hanno smesso di interrogarsi sul carattere proprio di questa composizione, alcuni sottolineandone il carattere fortemente laico, drammatico e teatrale, altri cercandovi una traccia nascosta della pietas religiosa e della religiosità dell’autore.
La lettura di Conlon non pare seguire, a priori, nessuna di queste due correnti, ma cerca in qualche modo un approccio neutro alla partitura, considerandola, in sostanza, come una grande cantata per soli, coro ed orchestra il cui testo è, solo incidentalmente, un testo sacro. Grande attenzione dunque al segno scritto, pochi o nessun abbandono lirico, per una esecuzione molto serrata e ricca di contrasti, con molti spunti interessanti come il tempo insolitamente lento degli iniziali Requiem e Kyrie a cui fa seguito un apocalittico Dies irae, dal parossostico spessore fonico. In questa lettura “sinfonica”, Conlon è stato benissimo supportato dall’orchestra del Maggio in splendida forma e dalla bella la prova del coro del Maggio preparato da Pietro Monti.
Sostanzialmente apprezzabile il quartetto dei solisti in particolare per quanto riguarda le due donne. Ha modo di emergere, infatti, la bella e svettante voce della Brewer, alla quale si chiederebbe però una maggior cura nella pronuncia e nell’accentazione. Elena Zaremba sfoggia, da parte sua, un bel timbro mezzosopranile ed una notevole varietà di fraseggio. Il tenore Aquiles Machado si disimpegna con onore, ma ogni paragone con alcuno dei modelli passati sarebbe fuori luogo: piacevole il timbro e sicuro negli acuti, ha restituito un Ingemisco corretto ma non emozionante ed un Hostias un po’ faticoso. Pallida, invece, la prova del basso Kwangchul Yuon, ordinario come voce ed inerte come interprete.
Edoardo Saccenti