Risuonano in un Teatro del maggio semideserto i canti degli Oiseaux exotiques di Olivier Messiaen.
Composta fra il 1955 e il 1957 su commissione di Pierre Boulez, ed ispirata ai canti e ai piumaggi multicolore degli uccelli dell’India, delle Americhe, della Cina e della Malesia, la composizione si articola in tredici sezioni che propongono situazioni sonore e ritmiche sempre nuove date dalle sempre diverse combinazioni contrappuntistiche dei canti degli uccelli e dalle sovrapposizioni di metri ritmici greci e hindu. Ed davvero un peccato lo scarso concorso di pubblico perché questa particolare ed affascinate partitura di Messiaen, per pianoforte solo, fiati e percussioni, ha trovato in Jeffrey Swann al pianoforte e negli strumentisti dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino guidati dalla bacchetta del Pascal Rophé interpreti invero eccellenti che hanno dato prova di grande virtuosismo strumentale e musicale.
Pascal Rophé, francese, formatosi alla scuola di Boulez e dell’Ensemble InterContemporain, dirige con gusto anche i tre schizzi sinfonici che formano La mer di Debussy, e seppure la sua non sia una lettura memorabile, si apprezza molto per la resta analitica della partitura, sfrondata da ogni compiacimento edonistico in favore di una oggettiva asciuttezza.
Jeffrey Swann e Luisa Castellani sono invece i protagonisti de Di un mirabile gioco sonoro composizione di Marco Di Bari (classe 1958, studi con Canino e Gentilucci) per pianoforte ed orchestra con voce di soprano e live electronics. Composta fra il 2005 ed il 2006 e dedicata a Luciano Berio a cui si deve anche il testo (che si deduce essere « …nonostante le seduzioni di un mirabile gioco sonoro» dalle invero scarne note di sala.) questa composizione è per definizione stessa dell’autore un tentativo di sintesi fra due forme principe dell’ottocento musicale: il concerto per pianoforte e il Lied. Sintesi che si risolve col traslitterare dell’ organico del primo in quello del secondo. Questo è realizzato sfruttando il principio della autosmilarità tipica dei frattale, ovvero figure geometriche si ripetono uguali a se stesse su scale di dimensioni diverse: in questo case formule ritmiche e melodiche che vengono reiterate generando eventi sonori apparentemente distanti ma invece strettamente collegati gli uni con gli altri.
Jeffrey Swann, alla prese con una parte pianistica che guarda alle grandi composizioni di virtuosismo dell’ottocento ma riletta tenendo conto delle molte sperimentazioni del XX secolo (prima fra tutte quella del pianoforte preparato) , dà prova di altissimo magistero tecnico e quadratura musicale impressionante. Bella e duttile la voce di Luisa Castellani la cui parte vocale ricorda molto da vicino la vocalità di composizioni di Berio come la Sequenza III . Suggestivo e discreto il contributo del live electronics realizzato da Francesco Giomi e Damiano Reale di Tempo Reale – Firenze.
Chiudeva la il concerto il poema coreografico La Valse che Ravel scrisse nel 1920 su commisone di Diaghilev per i suoi Bellets Russes e da questi rifiutato. Partitura smagliante per timbri, ritmi e colori, La Valsevuole essere un omaggio ai valzer di Strass; in realtà questa apoteosi del valzer si deforma in un allucinato addio all’Austria Felix drammaticamente spazzata via dal primo conflitto mondiale solo pochi anni prima. Anche in questo caso Rophé gioca la carta dell’approccio analitico ma con risultati molto meno convincenti: esiziale in particolare la deliberata rinuncia a qualsiasi rubato che imbriglia la composizione in un monotono tre-quarti privo di respiro. Più fantasia e maggior libertà ritmica avrebbero sicuramente giovato all’esecuzione.
Edoardo Saccenti