

Finite le recite della strepitosa produzione di Elektra, Seiji Ozawa ha regalato al pubblico fiorentino altre due indimenticabili serate di musica con un programma lontanissimo per temperie espressiva dagli eccessi fonici e emozionali della partitura di Strauss. In programma infatti l’ultima sinfonia di Mozart, la numero quarantuno in do maggiore K 551 Jupiter ed il Requiem di Fauré.
Ozawa non è certo noto per essere uno specialista del repertorio settecentesco ed infatti il suo approccio è volutamente destrutturante e forse provocatorio nei deliberati scarti agogici del primo tempo, nell’inconsueto rilievo dato ai pizzicati degli archi gravi, nell’aver chiesto arcate contrarie a quelle solitamente usate per ottenere sonorità nuove e particolari. Tutto questo con un altro direttore sarebbe probabilmente solamente eccentrico. Ma è proprio il segno dei grandi quello di rendere sotto un’altra luce un testo musicale, derogando da quello che è il segno scritto. In questo Ozawa c’è riuscito benissimo con una lettura allo stesso tempo controcorrente ma comunque aderente allo spirito olimpico di questa somma creatura mozartiana. E non sarà troppo notare come Ozawa sia riuscito in un pochi giorni a trasformare il suono e il modo di suonare dell’orchestra del Maggio, portandolo dai turgori straussiani alla levigatezza mozartiana e alla soffusa intimità di Fauré. Grande direttore, certo, ma anche grande, grande orchestra.
Meno rivoluzionario nell’approccio il Requiem di Fauré ma forse ancora maggiore il risultato musicale raggiunto, con una lettura che è allo stesso tempo sfumatissima nei colori e analitica nel sottolineare ogni preziosismo timbrico. La partitura è resa come un fluire senza soluzione di continuità, come una immensa elegia consolatoria tutta sussurrata a fior di labbro che si accende di tanto in tanto di singulti disperati. Davvero bella la prova del coro del Maggio, preparato da Piero Monti, anche se non immacolata come in altre occasioni ma che ha veramente emozionato per il ventaglio di colori e di piani sonori che ha saputo restituire. E una totale adesione all’idea di Ozawa si è avuta anche dai due solisti, il baritono Lucas Maechem e il soprano Nicole Cabell, quest’ultima dotata di mezzi vocali strepitosamente belli e che ha fatto del Pie Jesu un autentico gioiello di commozione. Alla fine, dopo la chiusa dell’In Paradisum un irreale ed interminabile immoto silenzio del pubblico ha decretato il trionfo per Ozawa, i solisti e le compagini fiorentine. Con Ozawa dall’Olimpo al Paradiso.
Edoardo Saccenti