La Bohéme che ha inaugurato la stagione del Teatro Marrucino di Chieti il 5 gennaio (leggi recensione) è stata poi rappresentata in nove teatri abruzzesi nell’ambito del progetto “Rete Abruzzese per lo spettacolo”. L’ultima data, quella del 3 febbraio, è stata l’occasione per assistere allo spettacolo nel delizioso Teatro Comunale di Città Sant’Angelo, struttura di soli 189 posti incastonata nell’antico borgo a 13 km da Pescara. Le limitate dimensioni del palcoscenico hanno imposto dei cambiamenti al pur scarno impianto scenografico, cosa che purtroppo ha portato all’eliminazione di alcuni felici tocchi nella regia originale.
Sparisce la pedana verticale sulla quale Mimì compare a stendere i panni fin dall’inizio, e con essa l’efficace controscena collegata; il gioco della chiave persa per finta e per finta ritrovata perde molta efficacia, con i cantanti costretti a muoversi in uno spazio parecchio angusto; per lo stesso motivo il secondo atto risente dell’affastellamento di coro, cantanti, bambini e comparse in un “polpettone” scenico nel quale diventa difficile perfino muoversi.
La resa musicale, fortunatamente, si mantiene comunque ad un livello di pieno decoro, anzi con sensibili miglioramenti, rispetto alla recita chietina recensita, per quanto riguarda il protagonista maschile. Francesco Marsiglia, infatti, ha voce autenticamente tenorile, di timbro gradevole, che ritengo non potrebbe cantare la parte di Rodolfo in un teatro appena più grande a causa di un volume davvero troppo limitato, ma che nel ridotto spazio del Comunale di Città Sant’Angelo ha modo di farsi valere grazie a un fraseggio appassionato e a una sicurezza di canto sicuramente maggiore rispetto a quella del collega. Segnalo in particolare la resa del terzo atto, dove riesce a esprimere molto bene la complessità psicologica del personaggio, diviso fra l’amore per Mimì e la paura di un futuro segnato dalla malattia.
Sara Gallerani disegna una Mimì buona vocalmente ma carente sul piano dell’accento, sembrandomi peraltro la più preoccupata di tutti per l’esiguo spazio scenico. Il timbro, inoltre, sarebbe più adatto a Musetta che a Mimì, ma l’ancora giovane età e la relativamente scarsa esperienza fanno perdonare certamente la resa interpretativa, a favore di una sicurezza vocale, come detto, più che buona.
Gabriele Spina è un Marcello veramente giovane e scapestrato, perfettamente a suo agio nel ruolo, dotato di voce di bel colore: si spera di risentirlo presto.
Arianna Donadelli ripete la gran bella prova di Chieti, confermando tutte le impressioni positive già espresse, come anche Antonio Marani (Colline), Carlo Riccioli (Shaunard), Max Pizzirani (Benoit).
Claudio Desderi dirige in modo ancora più sbrigativo e arido le arie dei protagonisti e il duetto “O Mimì tu più non torni”, facendomi nascere davvero il sospetto che, per suo gusto personale, consideri quei brani quasi come un impiccio, mentre in altri punti, come “Dunque è proprio finita” lascia fluire il suono con molto abbandono e bella ricerca di colori.
Ottimo il coro in tutti i suoi interventi.
Domenico Ciccone