La serata di cui parlerò è stata un trionfo.
Ci sono trionfi e trionfi, c’è teatro e teatro, ci sono artisti e artisti ma, soprattutto, c’è situazione e situazione: potrei andare avanti all’infinito nel cercare di spiegare i vari distinguo per cui un trionfo non è mai uguale a un altro. Cambiando i parametri cambia tutto, anche il metro di giudizio.Carrara è una città piccola, il teatro degli Animosi è più che grazioso e una tradizione operistica, viva e sentita, ha prodotto serate anche memorabili.
Non ha una stagione d’opera, ma gli “amici della lirica” sono attivissimi e presenti. Quindi se un circolo di provincia riesce a rappresentare un Attila, pur se in forma di concerto, nel cui onorevolissimo cast svetta quella che – forse – è oggi l’Odabella di riferimento, ecco che questa è, comunque, la cronaca di un trionfo.
Il Teatro degli Animosi è in marmo bianco, le Apuane troneggiano sullo sfondo. La presenza di un altro teatro in città denuncia la vivacità culturale di Carrara: il marmo bianco e prezioso ha portato la frequentazione di scultori importanti , c’è l’Accademia di Belle Arti, ci sono musei. Gli anarchici considerano Carrara come il capoluogo storico di tale pensiero e qua sono nati artisti, storici, letterati, poeti e politici, patrioti e generali, Chinaglia e Buffon. Tutta gente brusca, passionale e sanguigna, più emiliana che toscana, più verdiana che pucciniana: le lunghe sere sotto la montagna – con il vino e il fuoco, le castagne e le stelle appiccicate sulla testa – invitano ai drammi cupi e all’amore per il paradosso che l’opera racconta.
Attila è un’opera passionale, veloce, accattivante; ci sono i duettoni, i concertati sbalorditivi e un’aria di entrata, per soprano, che è quanto di più sadico possa essere stato scritto. Dimitra Theodossiou entra in scena ed è subito Odabella. Abito generoso nello scollo, pelle bianchissima, aria determinata, e l’illusione - quella per cui paghiamo noi spettatori - è perfetta: siamo ad Aquileja, si annullano distanze e temporalità , sparisce il luogo in cui siamo. A Dimitra va riconosciuto il suo sapersi calare sempre, e con cura, nel personaggio interpretato. Un calarsi che può portare a sgarri vocali e ad intemperanze attoriali. Dimitra divide e unisce: capace di finire in modo trionfale una recita iniziata sotto i peggiori auspici o dell’esatto contrario. La reputo una cantante carnale e viva: i carnali e i vivi non sono mai uguali a se stessi. A Carrara è una Odabella trascinante e, a tratti, fantastica: passa con apparente facilità sull’aria di apertura, piega la voce in pianissimo bellissimi, ha i fiati lunghi e lucenti. Cambia abito per tre volte, lancia occhiate furenti ad Attila e amorose a Foresto. E’ la protagonista assoluta, è diva, affascina e vorremmo che non finisse mai di cantare in questo piccolo teatro in cui tutti, alla fine, ci conosciamo. Due acuti urlati: che importa; quelli dopo sono perfetti e infiniti.
Il suo furore viene rovesciato addosso a Enrico Giuseppe Iori (giunto all’ultimissimo momento per sostituire l’annunciato Pecchioli ) che disegna un Attila proprio bello. Iori ha una voce armoniosa, ricca, polposa, ha i gravi potenti e gli acuti morbidi; la dizione scandita contribuisce a ben scolpire un personaggio che, comunque, rientra nelle sue corde.
Poi c’è Ignacio Encinas; il tenore ha una lunga e onorata carriera alle spalle e l’indubbia esperienza gli permette di sopperire con intensità e mestiere laddove la voce abbia perso la freschezza.
E ,per la prima volta nel ruolo di Ezio, Sergio Bologna che esce vincitore dalla doppia sfida del debutto e di una indisposizione: fatto che spiega l’inizio incerto, riscattato poi da un finale in crescendo e assolutamente positivo; buone pure le prove di Gianni Maludrottu – Uldino e di Gianmaria Patrone nei panni di Leone.
Funzionale e curata la direzione di Claudio Micheli alla testa dell’Orchestra Lirico Sinfonica del Giglio di Lucca; credo si debba al Maestro la scelta – ammirevole – di eseguire l’opera senza tagli: tutte le cabalette sono eseguite interamente, con i daccapo, in una ricerca di completezza e integrità.
Buona pure l’importante prova del coro diretto da Fabrizio Ghiglione.
Un discorso a parte merita l’organizzazione della serata: il Circolo Mercuriali è riuscito, nel tempo, a stringere rapporti di amicizia e di stima con molti artisti che vengono per il piacere di cantare e sono retribuiti solo con il rimborso spese. Ci sono state molte belle serate, divise tra i due teatri cittadini; alcune eccezionali: Bergonzi fece un concerto nel 2003. Ma la lista è lunga e ricordiamo la Kabaivanska nel ’96, la giovanissima Gasdia agli inizi della carriera, ma già forte dell’improvviso successo, Luciana Serra negli anni’80 e una Turandot con Ghena Dimitrova e Lando Bartolini nel ’99, guest star l’anziano Mercuriali.
Ci sono piccoli sponsor e l’amministrazione comunale mette a disposizione il teatro. Il resto viene pagato dal circolo: parametri diversi, lontani anni luce dalle normali amministrazioni di enti lirici. Eppure a Carrara si fa l’opera con punte di eccellenza e la si fa con pochi soldi. Evviva!
E quindi è stato un trionfo: applausi e fiori, flash di fotografi e baci alla platea, piedi battuti per terra e battimani scanditi. Pubblico elegantissimo e sala gremita.
Alla fine – come una volta – la Diva esce nel foyer -lo scollo provocante, la stola sulle spalle, un fascio di fiori tra le braccia - a elargire sorrisi e autografi.
Un trionfo, e teatro sia!
Marilisa Lazzari