La magia timbrica della Budapest Festival Orchestra ha soggiogato il Teatro Donizetti. Introduce il concerto un brano di non frequente ascolto, la Leggenda op. 59 n°10 di Antonín Dvorák, orchestrata dal compositore stesso dopo la prima stesura per pianoforte a quattro mani. Si sviluppa su un soffuso tema, lontano dalle abituali sonorità robuste delle pagine più famose del musicista boemo. Tema che sa di ninna-nanna agreste e trascorre piacevolmente tra gli archi e i legni spegnendosi in malinconico pianissimo.
Segue la celebre suite da L’uccello di fuoco, quasi smaliziato contraltare nell’utilizzo di temi popolari all’uso che ne fa Dvorák. Ogni qualvolta ci si imbatte nella produzione di Stravinskij, la memoria musicale dell’ascoltatore è sforzata nelle più disparate direzioni. Ha, probabilmente, utilizzato una felice esemplificazione Massimo Mila allorché paragonò il compositore russo a quei campioni di Formula uno che all’avvicinarsi di una curva staccano la frenata all’ultimo istante disponibile lasciando gli inseguitori a schiantarsi contro il muro. Non solo ne riassume tutto l’arco compositivo, in rapporto ai musicisti coevi, ma anche per il singolo brano trova utile applicazione. Il complesso rapporto tra chiarezza orchestrale, riscrittura di temi pseudo popolari, spostamento d’accento nel riproporre la medesima frase, movimento armonico aperto ad un ventaglio di soluzioni, ricerca timbrica e varietà estremizzata di dinamiche, affascina e costringe a seguire, coinvolti, ogni mutamento.
Gustav Mahler rimanda, invece, ad un percorso opposto, dove l’oscurità, la complessità voluta di ricerca, l’esasperazione in negativo sono basi essenziali per la costruzione di ciascuna sinfonia. Anche nei rari squarci di serenità orchestrale guizzano, improvvisi ed inaspettati, gli avvisi che quanto appare non è la realtà. Il fascino per il grottesco e il gelido sarcasmo lascia poi spazio al desiderio di ideale e di fuga da un mondo tanto bramato quanto ripulso. Come spesso capita, tale ansia necessita della parola cantata e della voce femminile per riuscire ad esprimere quanto urge al cuore: ed è una dimensione talmente idealizzata da parere irraggiungibile. Non c’è musica sulla terra che possa essere paragonata alla nostra introduce l’ultima strofa a conclusione della Quarta Sinfonia: un percorso di liberazione dall’esito contrastato.
Straordinaria ovazione riceve l’Orchestra sia al termine della suite stravinskijana, sia soprattutto, un vero e proprio boato da stadio, al termine della lunga Quarta Sinfonia. Pregio notevole è tutta la sezione degli ottoni, dal timbro ampio, rotondo, dolce e solare, capace di ogni sfumatura senza dover mai temere l’incrinarsi dell’intonazione. Affascina anche per l’eleganza nel porgere la frase, nell’attaccare il suono, a maggior ragione nei momenti scoperti di maggior impegno: partono sempre da un impercettibile pianissimo per poi rinforzare e smorzare la frase in chiusura. Accanto ad essi, gli archi: eccellenti nell’uniformare in tutte le file le dinamiche, nell’utilizzo dell’ arco e delle caratteristiche di armonici delle corde. Un vero e proprio godimento sono le frasi affidate ai violoncelli, dalla cavata brunita e vibrante.
Mai esteriori o di mero perfezionismo virtuosistico, riescono a seguire la non facile gestualità di Iván Fischer. Il direttore ungherese preferisce utilizzare con fantasia la lunga bacchetta, dimentico di suggerire gli attacchi alle sezioni anche nei passi di maggior impegno e confidando sulla maestria dei propri professori d’orchestra. Talvolta dà l’impressione che un impercettibile prolungarsi dei suoi disegni nell’aria sarebbe fuorviante per la continuità del brano. Eppure tramite il lavoro di concertazione ed una idea chiara e lucida della struttura del brano, può scavare nella partitura e rendere un Mahler ben sfaccettato tra pessimismo che dirsi cosmico sarebbe quasi riduttivo e disillusione nella tensione all’ideale. Con Stravinskij segue il solco del colorismo pur rimanendo distante dal facile effetto esaltando la chiarezza orchestrale, mentre in Dvorák esalta le raffinatezze timbriche della compagine di Budapest.
Noémi Kiss, dotata di voce piccola ma dall’emissione gradevole, ricama il Lied conclusivo, pur senza una particolare attenzione a porgere la parola, ma preferendo rivolgere maggior peso allo sviluppo melodico di ogni singola strofa.
Dopo lunghi, calorosi ed entusiastici applausi, si portano vicino al podio un contrabbassista, un violista e un violinista proponendo un tema tzigano dall’accattivante progressione ritmica e virtuosistica. Il pubblico ringrazia ancor più felice ed accompagna ritmando con l’applauso l’uscita degli orchestrali.
Si conclude così il 45° Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli, salutato dal suo direttore, Andrea Gibellini, con la promessa di essere già in opera lo studio della futura edizione e con la speranza, da parte di tutto il pubblico, che il livello più che soddisfacente di questo anno sia sempre mantenuto ed ancor più innalzato nei prossimi anni. Magari anche attraverso una pianificazione a lungo termine tale da permettere il passaggio, a Bergamo e Brescia, di tutte le migliori istituzioni europee e mondiali.
Emanuele Amoroso