La Torre di Castruccio, rudere vagamente caracalliano in mattoni rossi, è il naturale sfondo per la stanza di Buoso Donati. Si scende qualche gradino per entrare in un piccolo parco tranquillo: la strada è più alta e dalla vicina piazzetta del paese arriva un cicaleccio smorzato. Il palco è in legno, c’è la buca per l’orchestra, gli alberi attorno e l’erba per terra; il retro di alcune abitazioni fa da quinta laterale. Cielo blu e pipistrelli impazziti nella notte calda e serena; gente curiosa affacciata alle finestre, appoggiata alla balaustra della strada; poltroncine bianche e orchestrali in nero diretti da un giovane aitante e concentrato. Pubblico attento e eterogeneo: signore anziane con il golfino sulle spalle, nonni con i bambini seduti sulle ginocchia , ragazzotte in tiro, appassionati e nostalgici; uomini in giacca e cravatta, uomini in pantaloncini; gelati e ventagli, tacchi e ciabatte.
Avenza: le Apuane vicine e il mare a due passi.
Estate e Gianni Schicchi sotto la Torre: “Andiamo, che è come al cinema!“ E come al cinema si segue annuendo, si sorride e si ride, si applaude a scena aperta per questa messa in scena di Gianni Schicchi che vede la regia di Enrico Stinchelli e l’Orchestra Sinfonica di Massa e Carrara, impegnata nella non facile partitura, diretta da Giacomo Loprieno.
Carmine Monaco, nei panni dello Schicchi, ha una indubbia conoscenza della parte che – ci svela – preparò con Giuseppe Taddei. Il baritono, voce piacevole e grande mestiere sulle spalle, guida una compagnia giovane e agguerrita, in cui tutti i ruoli sono coperti con attenzione e cura nell’interpretazione. Sarah Chirici è una Lauretta dolcemente imbronciata e un po’ acerba, il suo Rinuccio è Marco Iezzi che scala con determinazione l’impegnativa romanza; Letizia Del Magro è una Zita autoritaria e di presenza, mentre Nella e La Ciesca, rispettivamente Francesca Bruni e Ilaria Savini, sono acidissime in scena, al punto da ricordare le due sorellastre di Cenerentola. Gherardo è il pacioso – autoironico – Piergiorgio Chiavazzi mentre Leonardo Nibbi, dalla voce timbrata e ben proiettata, è il grifagno Betto. Enrico Rinaldo come Simone, e Diego Colli nei panni di Marco, caratterizzano con puntualità i personaggi interpretati.
Da ricordare, per vis comica e senso del ritmo teatrale, Maestro Spinelloccio ovvero Lorenzo Battagion, Claudio Bartoli come Amantio Di Nicolao e gli irresistibili Guccio e Pinellino di Leonardo Sorelli e Enrico Passalacqua. Spigliato e davvero attento il giovanissimo Edoardo come Gherardino e un plauso al sempre presente, e mai cantante, Enrico Copedè stralunato cadavere di Buoso Donati.
Direi che l’interpretazione scenica sia la carta vincente di questo allestimento, grazie alla accurata regia di Enrico Stinchelli. Sul piccolo palco i personaggi si muovono armoniosamente e nella loro caratterizzazione, sempre dettagliata e precisa, ritroviamo l’ironia – a tratti così piacevolmente “maligna” – che è una peculiarità del regista: Stinchelli fa sputare veleno a tutti e contro tutti, ma trova anche il modo di ritagliare un giusto spazio alla storia d’amore tra Rinuccio e Lauretta con il “fermo immagine” dei personaggi che crea improvvise oasi idilliache attorno ai due ragazzi. Azzeccata l’entrata in scena del cast, tutto in nero esistenzialista, che uccide un dormiente Buoso , per poi indossare, sul palco e a vista, i costumi: ed è con una visione beffardamente macabra della storia che il cadavere di Buoso assurge al ruolo di protagonista, onnipresente testimone muto - e sballottato - della vicenda.
Grande attenzione è data ai costumi e, soprattutto, al trucco – la cui accuratezza denota ottima professionalità – che assume grande importanza in spazi così ristretti .
Insomma, una “piccola “ produzione a cui vanno tanti meriti , primo tra tutti il portare con serietà, dignità e preparazione, l’opera lirica in una piazza di paese, alla portata di tutti e in modo non pomposo o supponente, pur con tutti gli ammennicoli che tale forma di spettacolo richiede.
Credo che il pubblico se la sia goduta: battute ripetute con il riso sulla bocca, parole mormorate sulle arie famose, aperte e grasse risate, applausi – e tanti – per tutti.
Sì, è come essere al cinema in questa sera estiva, spaccato di un’Italia semplice che pare potersi ancora divertire con i sogni a cui ci induce l’opera lirica.
Marilisa Lazzari