Per la seconda volta nel giro di pochi mesi abbiamo avuto l'occasione di ascoltare il direttore francese Luis Langrée alle prese con due grandi pagine del repertorio sinfonico quali il Primo concerto per pianoforte ed orchestra in re minore di Brahms e la Sinfonia in re minore di Franck. Eravamo usciti dal concerto con l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia (leggi) piuttosto delusi e non è che le cose sul podio della Nederlands Philharmonisch Orkest siano andate meglio. Se il concerto ha avuto una parvenza di dignità musicale è solo da attribuirsi al fatto che la calvinista serietà dell'orchestra olandese non permette certe malcelate espressioni di insofferenza di cui le orchestre italiane sanno rendersi capaci allorquando un mediocre direttore sale sul loro podio. Langrée dirige in modo irritante e non ha alcun senso della forma e delle proporzioni; abituato ai complessi in sedicesimo della musica barocca, è completamente privo di senso e di controllo delle dinamiche e degli spessori orchestrali. In Brahms si è limitato ad accompagnare, male, il pianista russo Alexei Lubimov il quale non solo deve vedersela con una parete pianistica di sesto grado, ma deve anche battagliare con un direttore recalcitrante, avaro di sfumature e completamente alieno alla poetica brahmsiana. Il Primo concerto è una partitura estremamente complessa, a suo modo sperimentale, dagli equilibri formali delicati e fragili e avrebbe necessitato di un direttore di ben altra levatura, capace di dare forma ed unità ad una partitura tanto frammentaria quanto affascinante. Per questo, e non solo per questo, è da lodare la prova di Lubimov, che riesce a restituire, nonostante tutto, un Brahms personale anche se non sempre molto fantasioso grazie ad una tecnica salda ed un discreto spolvero virtuositico.
Una vera Waterloo sinfonica è apparsa la Sinfonia di Franck, completamente destrutturata, non per una precisa volontà direttore ma per gli evidenti limiti tecnici di quest'ultimo. Privo di qualsiasi atmosfera o mistero, il primo movimento reso con piatta genericità al pari del secondo in cui i begli interventi solistici delle prime parti della Nederlands Philharmonisch Orkest sono stati sistematicamente vanificati dal gesto di Langrée, incapace di suscitare qualsivoglia pathos. Il colpo di grazia arriva però con l'ultimo movimento, in cui il direttore francese sembra aver perso ogni inibizione musicale nonché ogni controllo dell'orchestra la quale, rassegnata, sembra pensare solamente a limitare i danni, pur non riuscendo a ridurre lo sbilanciamento di dinamiche delle varie sezioni che la perfetta acustica del Concertgebouw, impietosamente, non maschera.
Edoardo Saccenti