Da un Capodanno all’altro si fa sempre più difficile comprendere i motivi o le speranze per cui la Rai nella tradizionale diretta del 1 gennaio continua a sacrificare il famoso e festoso Concerto dei Wiener Philharmoniker a Vienna per dar spazio alla malinconica imitazione che ne fa a Venezia La Fenice.
E’ questo un programma ingessato in un «format» che non gli appartiene, disegnato sul modello dell’altro – i fiori, gli auguri alla voce, ballerini che danzano sulle scale e nei saloni di palazzi d’epoca – e che non decolla né potrà decollare perché non esprime la particolarità di un impegno che sta alla base del successo planetario del modello, la musica dei ballabili dei Caffè e delle feste popolari che una volta l’anno finisce sui leggii dei Wiener, che della musica colta sono lo storico, glorioso specchio internazionale.
Una festa di musica, un gioco nel trasformare la consueta seriosità in una ironica presa in giro di se stessi, purché lo spirito di una grande capitale di musica si riveli tutto insieme, colto o popolare, il fascino della loro Vienna resta eguale. Non si riesce a trovare analogo senso nel pastiche veneziano che in un meccanismo identico sostituisce i valzer e le polke della Famiglia Strauss con “E lucean le stelle”, doloroso preludio alla morte per fucilazione del cavalier Cavaradossi, o il sognante “Ah non credea mirarti” della sonnambula Amina in pericolo tra le pale del mulino. O tanto meno eseguire come bis d’obbligo al posto del Bel Danubio blu e alla Marcia di Radetzky, il Va Pensiero e il Brindisi della Traviata. Oltre alla rinuncia di originalità nella forma, non c’è nella sostanza quel cambio di atmosfera dall’ordinario di un Teatro d’opera allo straordinario di Capodanno, manca dunque il sale dell’eccezionalità a dar sapore all’evento.
Ciò malgrado gli sforzi evidenti della Direzione Artistica, che riesce a convincere alla causa direttori di valore e cantanti interessanti, ma dall’immagine di una copia sbiadita non riesce ad uscire. Anche la ripresa Rai in questa ultima edizione ci ha messo del suo, con l’affidarsi per gli annunci ad una voce fuori campo – sempre ad imitazione di Vienna – fornita però d’un testo banale ed anche imbarazzante in certe magnificanti iperbole sul valore dei cantanti e nel concludere con un “Canta…” rimasto necessariamente monco, la presentazione de La Danza delle Ore.
Francesco Canessa