Da una settimana qualsiasi dipendente di un teatro finanziato dallo Stato non può più svolgere la libera professione. Il ragionere dell’ufficio amministrativo non potrà più amministrare il proprio piccolo condominio, l’autista non potrà più coadiuvare il cugino meccanico, l’attrezzista proporsi come imbianchino o falegname a buon prezzo (ma con regolare fattura, e quindi a posto con l’Agenzia delle Entrate) il lunedì, tradizionale giornata di riposo per il personale di palcoscenico. Ovviamente niente concerti di canto per i componenti del coro, niente accompagnamenti per i maestri di palcoscenico, e nessuna attività artistica per i professori d’orchestra. Neppure la prestazione gratuita può essere autorizzata dai sovrintendenti perché il decreto legge firmato dai ministri Bondi, Brunetta e Sacconi il 30 aprile 2010, e richiamato il 19 gennaio scorso con una dura nota dal capogabinetto del MiBAC, parla chiaro: “nelle more della sottoscrizione del contratto collettivo nazionale di lavoro, sono vietate tutte le prestazioni di lavoro autonomo rese da tale personale, a decorrere dal 1° gennaio 2011”. Poiché il famigerato contratto non s’è fatto, diciotto mesi dopo la legge esige i suoi diritti.
Solo in pochi lo ricordavano (e, come la Scuola di Fiesole, se ne preoccupavano).
Malfatta, persecutoria e moralista quella legge era il goffo tentativo di dare istituzionalmente seguito alla diffamazione aggravata e continuata che i ministri Bondi e Brunetta (in varie occasioni e con forme ispirate dalle specifiche ombrosità caratteriali) avevano destinato al mondo dell’opera, senza troppe distinzioni tra dipendenti delle Fondazioni (quindi a finanziamento statale preminente) e dei teatri di tradizioni o festival (quindi a finanziamento misto centrale e locale). Per mettere in riga presunti “parassiti” e “fancazzisti” si erano mossi in Parlamento imponendo con la nuova legge un regime di austerità che avrebbe dovuto risanare casse e profili artistici. Il tutto affidato a una serie di regole ugualitarie, quindi demagogiche, che ebbero l’unico (buon) risultato di compattare nelle proteste il mondo solitamente diviso e individualista del professionismo musicale italico.
Poi più nulla. Il progressivo naufragio politico e progettuale dei provvedimenti del ministro della “pubblica amministrazione e innovazione”, le dimissioni di Bondi, i tortuosi stralci legislativi – a favore della “diversità” virtuosa e acclarata di Scala e Santa Cecilia e di quella concessa sulla fiducia (?) all’Opera di Roma – fecero passare in secondo piano il problema di fondo. In attesa di una Legge specifica sulla musica (solo Veltroni riuscì a abbozzarla, sulla traccia di quella del teatro) che in Italia si invoca da mezzo secolo, la “manutenzione” alla Legge sulle Fondazioni Lirico-Sinfoniche cui lavorò durante il mandato senatoriale l’ex-sovrintendente Carlo Fontana (dissociandosi parzialmente dalla famigerata legge di cui era stato propugnatore) andava, e va, fatta. I cavillosi e poco qualitativi contratti di lavoro collettivi devono essere ripensati; la produttività aumentata, favorita e tutelata; il rapporto tra finanziamenti pubblici e ricavi (botteghino e sponsor) riparametrato; l’impegno delle amministrazioni locali incentivato e reso non opzionale (se non capissero da sole quant’è doveroso e prestigioso), quelli dei possibili sostenitori privati va legislativamente riconosciuto e risolutamente spronato da adeguate norme fiscali.
Ce n’era da fare, e da discutere. Anche perché solo partendo dalla realtà più ampia e rappresentativa (e costosa per il Fus), poi si poteva procedere sugli altri soggetti. In un anno e mezzo, non è accaduto nulla. Credendo ingenuamente – o sperando – che il differimento della contrattazione nazionale avrebbe prescritto gli obblighi d’una legge regolarmente promulgata. La colpa è di tutti (non solo della legge malandrina e da emendare): degli interessati che non hanno fatto proposte serie, e di chi non ha denunciato tempestivamente il pericolo di tale atteggiamento rinunciatario. Ma l’odioso e intimidatorio richiamo all’Articolo 3 che oggi ha riacceso gli animi – e, in alcuni casi, spento la programmazione artistica di piccole società di concerti e prestigiose Scuole musicali non statali, rimaste d’un tratto senza solisti e docenti – potrebbe anche essere sfruttato positivamente. Non per i soliti stratagemmi all’italiana (pare che all’Opera di Roma abbiano già approvato un contratto interno che scavalca la norma; Scala e Santa Cecilia in virtù della loro “diversità” probabilmente si stanno attrezzando nello stesso senso) ma per una riflessione seria.
Certo, intanto è importante che nel Paese delle plurime e ben rimunerate incompatibilità politiche e amministrative non si apra la caccia al doppio lavoro – fatte salve le opportune vigilanze fiscali – di alcuni eccellenti musicisti. Non sarà facile limitare gli effetti d’un articolo di Legge, ma è il primo passo. Anche per coerenza.
E’ stata spesso rilevata l’ignoranza e l’autoreferenzialità professionale di chi suona e chi canta: vogliamo vietar loro di studiare il repertorio solistico o da camera, impedir loro di insegnare e quindi di imparare dai giovani allievi? E per Legge? Cioè per una disposizione scritta da persone che dell’ignoranza dei fatti, della gestione e della sostanza della musica, come di non frequentare i teatri, si sono sempre fatti vanto?
Ma il mondo dell’opera, che è molto frastagliato e non può limitarsi alle Fondazioni e ai teatri di tradizione, come testimoniano le diverse realtà che OperaClick censisce regolarmente, ha il dovere di fermarsi e di non nascondersi. E ammettere che certi privilegi oggi sono anacronistici, che la programmazione è in certi casi quantitativamente inadeguata a masse artistiche stabili che assorbono il 60-70% del bilancio, che il protezionismo attuato in passato oggi è iniquo e ingiustificato. Accettare che la verifica artistica non sia un ricatto personale ma un diritto-dovere dei direttori musicali, e la mobilità lavorativa possa essere una prospettiva non disonorevole né umiliante. Rovesciando, magari, il rapporto tra docenza e tempo in teatro come accade per i colleghi che – in barba alle simmetriche disposizioni emanate tempo fa dal Ministero della Pubblica Istruzione (quando ancora si chiamava così) – hanno tenuto ben stretta la cattedra in Conservatorio ma suonano in orchestra.
E intanto teatri e Fondazioni, per fare un primo gesto di chiarezza e volontà di collaborazione (oltre che per far capire ai cattivi giornalisti e ai loggionisti pigri che i costi dei cosiddetti “allestimenti faraonici” e dei cachet solistici hanno un’incidenza relativa sui conti) rendano pubblici i bilanci: voce per voce, senza trucchi da prestigiatori della partita doppia. E i rispettivi consigli di amministrazione (o di gestione) si impongano una disciplina artistica credibile: scegliendo direttori musicali presenti e competenti, disegnando una programmazione che gratifichi i dipendenti (anche nelle retribuzioni: gli stipendi inadeguati sono una giustificazione seria del bisogno di lavorare altrove), eliminando la selva di indennità corporative ma incentivando con regole non elastiche e rendendo ufficialmente plausibile lo scambio di esperienza artistiche col mondo della scuola e del concertismo.
Angelo Foletto